Smart working dopo Covid

C’è chi dice sia comodo e conciliante, chi che sia per «imboscati», chi che sia una prova di resistenza se fatto a casa coi bambini. C’è chi la parentesi l’ha già chiusa e chi invece non tornerà alla scrivania ancora per un bel po’.

Il coronavirus ci ha fatto scoprire in maniera repentina e massiccia uno strumento di lavoro di cui disponiamo da tempo, se si considera che nel 2017 la legge 81 ne ha definito i contorni tanto per la sfera privata quanto per quella pubblica: lo smart working.

In questi mesi di emergenza sanitaria lo smart working è stato trasformato da strumento di lavoro a dispositivo di protezione personale, con i Dpcm a derogare la legge di cui sopra. Ora che la curva epidemiologica sembra essersi stabilizzata e l’emergenza superata, bisogna capire cosa rimarrà dello smart working e che effetti avrà sulla società e sul mondo del lavoro.

La premessa, spiegano professori e ricercatori dell’Università di Brescia, che lavorano sul tema attraverso progetti di ricerca ad hoc grazie a bandi territoriali e minesteriali, è che ad oggi non sono disponibili dati sufficienti per inquadrare in maniera nitida il lavoro agile.

Un focus importante, però, arriva dall’Osservatorio del Politecnico di Milano, che dal 2012 studia l’evoluzione del modo di lavorare delle persone. Cgil e Fondazione Di Vittorio, inoltre, stimano che durante il lockdown più di 8 milioni di persone abbiamo lavorato da remoto.

Il futuro. Prima dell’emergenza Covid i lavoratori italiani che potevano utilizzare il lavoro agile erano circa 570mila, in crescita del 20% rispetto all’anno precedente. L’emergenza sanitaria ha aperto nuovi scenari: «Lo smart working non è solo il lavoro a casa con orari flessibili – spiega Alessi -, esistono anche uffici mobili, spazi di coworking a cui le imprese potrebbero fare riferimento, rivedendo anche la dislocazione delle proprie sedi. Ci sono insomma modalità di applicazione del lavoro agile non ancora completamente esplorate, perché questo strumento è stato poco applicato. è importante che anche in futuro rimanga l’imprinting della legge che prevede un’applicazione parziale e concodarta tra le parti dello smart working, perché non dobbiamo dimenticare che il lavoro è anche un luogo in cui una persona sviluppa la propria personalità».