Cosa resterà dello smart working dopo l'emergenza Covid

C’è chi dice sia comodo e conciliante, chi che sia per «imboscati», chi che sia una prova di resistenza se fatto a casa coi bambini. C’è chi la parentesi l’ha già chiusa e chi invece non tornerà alla scrivania ancora per un bel po’.

Il coronavirus ci ha fatto scoprire in maniera repentina e massiccia uno strumento di lavoro di cui disponiamo da tempo, se si considera che nel 2017 la legge 81 ne ha definito i contorni tanto per la sfera privata quanto per quella pubblica: lo smart working.

«Il lavoro – dice Castellani – ha anche un valore sociale che si basa sulle relazioni. Lo smart working cambia il modo di rappresentare noi stessi all’interno dell’azienda. La mancanza di controllo sugli equilibri interni all’ambiente di lavoro può generare frustrazione: sono tutti elementi che le parti sociale dovranno tenere in considerazione quando si dovrà rivedere il modello organizzativo».

Pro o contro?

I vantaggi.

Messa così, un’azienda potrebbe vedere nello smart working un maggior costo e un minor controllo del personale. In realtà, secondo diverse ricerche pubblicate sia prima che durante il lockdown, la produttività in smart working è più alta, la soddisfazione del lavoratore maggiore perché concilia meglio il lavoro con la vita privata, abbattendo (spesso in maniera significativa) il tempo speso per andare da casa all’ufficio. Con un conseguente impatto ambientale positivo e meno stress. 

Gli svantaggi.

Ridurre le occasioni di incontri reali ha anche i suoi contro. «I processi cognitivi sono legati alle relazioni interpersonali» spiega il prof. Castellani. Le idee, la creatività, nascono da momenti di confronto che difficilmente possono essere sostituiti da riumioni su Teams o Zoom. «Molti congressi e conferenze saranno su piattaforme digitali in futuro – dice ancora Castellani -, ma la verità è che i progetti più creativi sono sempre nati dalle interazioni a margine dei meeting».

Le donne.

Alcuni ricercartori sostengono che lo smart working sia vantaggioso soprattutto per le donne, su cui pesa di più la gestione della famiglia. Non tutti però sono d’accordo. «Sarei molto cauta nel ritenere che il lavoro agile sia uno strumento di conciliazione – sottolinea Alessi -: durante il lockdown per le lavoratrici si è trattato di un aggravio del loro carico di responsabilità, perché oltre a lavorare a casa hanno dovuto gestire in contemporanea la famiglia. Un dato è significativo: negli ultimi mesi le ricercatrici hanno pubblicato meno dei colleghi uomini, segno che stare a casa non è sempre proficuo per la gestione di tutto».

Il futuro.

Prima dell’emergenza Covid i lavoratori italiani che potevano utilizzare il lavoro agile erano circa 570mila, in crescita del 20% rispetto all’anno precedente. L’emergenza sanitaria ha aperto nuovi scenari: «Lo smart working non è solo il lavoro a casa con orari flessibili – spiega Alessi -, esistono anche uffici mobili, spazi di coworking a cui le imprese potrebbero fare riferimento, rivedendo anche la dislocazione delle proprie sedi. Ci sono insomma modalità di applicazione del lavoro agile non ancora completamente esplorate, perché questo strumento è stato poco applicato. E importante che anche in futuro rimanga l’imprinting della legge che prevede un’applicazione parziale e concodarta tra le parti dello smart working, perché non dobbiamo dimenticare che il lavoro è anche un luogo in cui una persona sviluppa la propria personalità».