Campagna di educazione per un uso consapevole dell’acqua in bottiglie di plastica

Iniziativa per un consumo plastic free promossa da Sepa

Introduzione

Le comuni bottiglie in plastica, atte a contenere acqua e altre bevande, sono realizzate con una specifica resina termoplastica denominata PET (polietilenetereftalato). La storia di questo materiale è abbastanza recente: fu inventato negli anni 40 del Novecento dell’impresa americana DuPont, ed è grazie ad uno dei suoi scienziati che nel 1973 venne brevettata la prima bottiglia in PET. Fino ad allora, le bottiglie erano state realizzate con vetro e alluminio, mentre il materiale plastico per imbottigliamento che precedette il PET, il PVC, si rivelò presto inadeguato per tale scopo. La bottiglia in PET rappresentò una vera rivoluzione: era leggera, sicura, economica e riciclabile, oltre che adatta a contenere anche bibite gasate. In quegli anni, Evian fu uno dei primi marchi operanti nel settore beverage ad attraversare l’oceano e lanciare la moda dell’acqua confezionata in bottiglie di plastica. PepsiCo entrò nel business dell’acqua in bottiglia nel 1994, Coca Cola nel ’99.

Dagli anni Novanta ad oggi, le vendite di acqua in bottiglie usa e getta sono aumentate del 284%, arrivando a rappresentare il 75% del peso di tutti i contenitori di plastica prodotti nel mondo. Secondo i dati contenuti nel rapporto di Euromonitor International, nel 2017 sono state acquistate nel mondo un milione di bottiglie di plastica ogni minuto.

Come si colloca l’Italia rispetto al consumo di acqua in bottiglia?

L’Italia è uno dei maggiori consumatori mondiali di acqua minerale, che nell’80% dei casi viene confezionata in bottiglie di plastica. È prima in Europa, con un consumo medio pro capite di 208 litri di acqua in bottiglia all’anno, e seconda solo al Messico a livello globale. Si stima che ammontino a 11 miliardi le bottiglie in plastica confezionate e immesse sul mercato nazionale ogni anno.

Che conseguenze ha tutto questo sull’ambiente?

Impatto ambientale

Analizziamo brevemente l’impatto ambientale legato al consumo di acqua confezionata, prendendo in esame separatamente le tre fasi di “vita” di una bottiglia: produzione, distribuzione e smaltimento.

Fase di produzione

Per produrre 1 kg di PET (che corrisponde a circa 25 bottiglie da 1,5 l) sono necessari 2 kg di petrolio e 17,5 litri di acqua. Emerge subito un dato paradossale: per imbottigliare 40 l di acqua, se ne consumano circa la metà nel processo produttivo. Inoltre, per ogni kg di PET lavorato, sono rilasciati nell’atmosfera 2,3 kg di anidride carbonica. Pertanto, considerando che il consumo annuo di acqua imbottigliata nel territorio nazionale è pari a circa 12 miliardi di litri, la sola fase di produzione comporta l’utilizzo di 350 mila tonnellate di PET, il consumo di 700 mila tonnellate di petrolio e l’emissione di più di 800 mila tonnellate di CO2. In pratica, per ogni bottiglia prodotta, sono immessi in atmosfera 100 g di CO2. Considerando che ogni albero nel suo ciclo di vita assorbe fra i 500 e i 1000 kg di CO2, nella previsione più ottimistica servono 800 mila alberi per smaltire la CO2 prodotta dall’industria delle acque minerali ogni anno in Italia. Al valore ecologico si aggiunge quello economico: solo l’1% del costo di una bottiglia di acqua è effettivamente legato al suo contenuto!

Fase di distribuzione

La quasi totalità del trasporto nazionale di acqua confezionata avviene su gomma. Si stima che ogni anno circolino più di trecentomila TIR adibiti a tale funzione, ciascuno dei quali percorre mediamente 1500 km ed emette 2,6 tonnellate di CO2 ad ogni viaggio. Ogni camion trasporta 13 mila bottiglie, quindi per il trasporto di ogni singola bottiglia sono emessi 200 g di CO2. Questo enorme traffico comporta l’emissione di più di 900 000 tonnellate di CO2 ogni anno. Sommando la CO2 prodotta durante la fabbricazione delle bottiglie e quella generata durante la loro distribuzione, il solo mercato italiano è responsabile dell’emissione di più di un miliardo e mezzo di tonnellate di CO2 ogni anno!

Ogni bottiglia, prodotta e distribuita, comporta l’immissione nell’atmosfera terrestre di 300 g di CO2.

Fase di smaltimento

Ogni giorno nel mondo vengono buttate 67 milioni di bottiglie di plastica. Da questo momento, esse possono seguire diversi destini: essere riciclate, essere bruciate negli inceneritori per ricavare energia, essere interrate o finire disperse nell’ambiente.

Cosa comporta ognuna di queste azioni?

  • Riciclo: benché le bottiglie in PET siano completamente riciclabili, L’OCSE stima che soltanto il 15% di esse venga effettivamente riciclato. Nel mondo, la plastica prodotta ex novo è in quantità otto volte maggiore di quella ottenuta da riciclo. In Italia, più del 60% degli 11 miliardi di bottiglie immesse al consumo ogni anno non viene riciclato.
  • Incenerimento: comporta la combustione della plastica con produzione di gas tossici (diossine, particolato) e rilascio di grandi quantità di metano, che alimenta il surriscaldamento globale.
  • Interramento: il PET interrato rilascia nel suolo sostanze chimiche che possono contaminare terreni le falde acquifere.
  • Smaltimento nelle discariche e dispersione nell’ambiente: tutt’ora, la maggior parte della plastica usata viene dispersa nell’ambiente. Secondo una ricerca della fondazione Ellen MacArthur, ogni anno finiscono in mare fra i 5 e i 13 milioni di tonnellate di plastica, l’80% di tutto l’inquinamento marino.Gli scienziati affermano che nel 2050 ci sarà più plastica che fauna marina negli oceani. Attualmente le acque salate terrestri sono invase da sei isole di rifiuti. La più grande, la Great Pacific Garbage Pacth, si estende per un’area di circa 100 000 Km quadrati (quanto il territorio degli Stati Uniti), ed è composta di circa tre milioni di tonnellate di rifiuti accumulati.

Macroplastiche e microplastiche

Come è noto, il PET non è un materiale biodegradabile. Esposto alle radiazioni solari, ci mette centinaia di anni per decomporsi in piccoli frammenti. La plastica dispersa nell’ambiente può presentarsi sia di dimensioni voluminose, che in forma pulviscolare. A dare più all’occhio sono sicuramente le macroplastiche: tutti noi abbiamo visto girare in rete decine di fotografie che ritraggono organismi marini soffocati e intrappolati in un oceano di plastica. Tuttavia, anche le microplastiche, difficilmente distinguibili ad occhio nudo, rappresentano un serio pericolo per noi e per tutto l’ecosistema terrestre. Si tratta di particelle di dimensioni inferiori ai 5 mm, che popolano densamente aria, acqua e terreni. Sono una fra le principali cause di morte per soffocamento di molti pesci e uccelli marini, che le scambiano per cibo (si stima che ogni km quadrato di acqua salata contenga circa 46 mila microparticelle plastiche in sospensione).Noi le inaliamo ad ogni respiro e le ingeriamo ad ogni pasto, poiché possono essere rilasciate nei cibi dalle confezioni che li accolgono, e nell’acqua dalle bottiglie che la contengono, soprattutto se esposte a fonti di calore.

Uno studio pubblicato sulla rivista Environmental Science and Tecnology afferma che ognuno di noi introduce ogni anno fra le 39 e le 52 mila particelle di microplastica; la cifra sale a 74 mila se aggiungiamo la microplastica inalata. In sette giorni assumiamo circa 5 grammi di plastica, l’equivalente in peso di una carta di credito! Ma ciò che è più interessante ai fini della nostra campagna, è che è stato calcolato che chi beve acqua di rubinetto introduce con questa azione 4000 particelle di plastica l’anno, mentre chi si disseta solo con acqua in bottiglia ne ingerisce altre 90 mila. Non sappiamo ancora con certezza quali siano le conseguenze a lungo termine sulla nostra salute, ma un recente studio della Società Italiana di Andrologia ha già evidenziato pericoli connessi alla fertilità, in quanto sembra che alcune sostanze contenute nel PET siano in grado di mimare i nostri ormoni e quindi influenzane in modo significativo gli equilibri.

Quali sono le condizioni del Mare Nostrum?

Il Mediterraneo è uno dei mari più colpiti dall’inquinamento da microplastiche.

È un bacino semi-chiuso, che copre una superficie di 2,6 milioni di chilometri quadrati. L’acqua nel bacino ha un tempo di permanenza di circa 100 anni. L’elevata densità di popolazione, i grandi afflussi turistici e il notevole traffico commerciale sono alcuni fra i fattori che maggiormente alimentano questo fenomeno distruttivo. Secondo il report dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, nel bacino si trovano oltre un milione di tonnellate di plastica. L’Italia è uno dei maggiori produttori di rifliuti plastici (34 mila tonnellate l’anno), seconda solo all’Egitto (85 mila tonnellate l’anno), e seguita dalla Turchia (23 mila tonnellate l’anno). La questione non riguarda soltanto le acque salate:il fiume Nilo da solo contribuisce al 20% di tutto l’inquinamento che sfocia nel Mediterraneo.

Senza provvedimenti drastici e tempestivi, la quantità di plastica nel Mediterraneo è destinata a crescere del 4% ogni anno.

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